Offshore, il tesoro sommerso di Ravenna

La Garibaldi C, una delle piattaforme offshore più grandi in Italia

“Sono le migliori che abbiamo mai mangiato”. Durante la pausa pranzo, le cozze sono il piatto più apprezzato tra i lavoratori della piattaforma offshore Garibaldi C. Nell’arco di una mattinata, risalgono dai piedi alla pancia della struttura: la Cooperativa Pescatori La Romagnola ne accumula, scrosta, pulisce e raccoglie quasi trenta quintali di media al giorno. Questa è solo una delle iniziative che Eni concerta con il territorio ravennate, un rapporto consolidato nel tempo fin dalle prime estrazioni di gas di inizio anni ‘50.

La raccolta delle cozze ai piedi della piattaforma da parte della Cooperativa Pescatori La Romagnola

Viale Enrico Mattei: ragazzi in motorino vestiti con la tuta giallo-grigia, distributori in rapida successione col logo del “cane a sei zampe”. Nella strada per raggiungere la sede del Distretto Centro Settentrionale (DICS) dell’Eni si percepisce immediatamente la simbiosi tra Ravenna e la compagnia petrolifera. La vita della città è legata indissolubilmente alle sorti del gas nel mare Adriatico. Indotto, occupazione, energia al Paese. Non a caso, neanche due mesi fa Eni ha confermato investimenti per oltre due miliardi nei prossimi quattro anni in attività di sviluppo dell’offshore ravennate. L’accordo tra Eni e il Comune prevede una serie di attività che vanno dall’ambito culturale, come la partnership con il Ravenna Festival, fino al risparmio energetico per gli edifici scolastici. «È un modo anche per combattere la cultura del sospetto su cosa vuol dire produrre gas in Italia» commenta il responsabile del DICS, Paolo Carnevale.

Eni, (non solo) gas e luce

Le attività di compensazione della compagnia hanno diversi risvolti, come la creazione delle passerelle in legno di Marina di Ravenna, create per favorire la conservazione della duna naturale. La collinetta di sabbia è cresciuta nei due anni di esistenza della struttura in larice: è stato creato un passaggio obbligato per i pedoni, senza che il corpo dunoso sia calpestato e deteriorato. Il sistema di percorsi è quasi completamente accessibile ai disabili.

Una delle passerelle sulla duna di Marina di Ravenna

Il progetto CoLABoRa è un altro frutto del legame con la città. Nella zona della darsena, la Fondazione Eni Enrico Mattei e gli enti locali hanno favorito la nascita di uno spazio di lavoro condiviso e incubatore d’impresa. Ogni anno, quattro startup partecipano al bando comunale e tentano la strada dell’imprenditoria. Idee pronte a essere coltivate in un luogo dove far germogliare il talento. Angela Corbari è una delle vincitrici del bando di quest’anno, ha fondato Qirate, sito di comparazione della qualità della vita attraverso mappe, cofinanziato dall’Unione Europea.

Le piattaforme sono versatili, il riutilizzo delle strutture dismesse è il cardine del programma Poseidon, che la Fondazione Cetacea e il CNR di Venezia hanno proposto a Eni. Il progetto pilota ha l’obiettivo, attraverso modifiche tecniche minori, di convertire le piattaforme in stazioni scientifiche interconnesse ad alto contenuto tecnologico per lo studio dell’ambiente marino. Poseidon prevede lo studio approfondito della vita del mare nei dintorni delle piattaforme, la coltivazione di mitili, il monitoraggio dei cetacei in transito e il Wi-Fi in mare aperto per aiutare i pescatori, vista la scarsità della rete mobile lontano dalla terraferma. La raccolta di cozze è uno dei passaggi-chiave di Poseidon, le “gambe” delle strutture di estrazione sono l’habitat ideale per i frutti di mare. La Cooperativa dei Pescatori La Romagnola gestisce la raccolta e la vendita delle cozze, la pulizia dei piloni è allo stesso tempo un’opera di manutenzione della piattaforma. Quando il giacimento è esaurito torna a vivere grazie a Poseidon.

Primus inter pares

Dietro la scrivania sì, ma fino a un certo punto. Dopo quattro anni in Nigeria, Paolo Carnevale si trova più a suo agio a vivere in prima persona la vita in piattaforma rispetto alle attività burocratiche. L’argomento che sta più a cuore è la sicurezza: “Negli ultimi anni abbiamo ipersensibilizzato il tema dell’HSE (Salute, Sicurezza, Ambiente), soprattutto in Italia è stato profuso il massimo impegno per migliorare ulteriormente le nostre performance”.

Il responsabile del Distretto Centro Settentrionale (DICS) dell’Eni Paolo Carnevale

Durante l’anno il responsabile del DICS e i manager visitano quotidianamente i siti operativi per verificare che tutto sia in ordine. Per la manutenzione e la sicurezza del campo di estrazione “Garibaldi”, Eni investe circa 100 milioni di euro all’anno, 57 dedicati all’asset integrity. Solo per le piattaforme Garibaldi C e K vengono impiegati 2 milioni. Ma per la sicurezza non c’è spesa che tenga. “Nel 2015, come in questa prima metà dell’anno, tra dipendenti DICS e contrattisti, non ci sono stati infortuni sul lavoro. Nel 2016 soltanto due”.

La piattaforma “madre”

«Nell’offshore ravennate non c’è petrolio, qui produciamo solo metano puro al 99%, senza contenuto di zolfo”. È il primo appunto che i tecnici specificano una volta a bordo della Garibaldi C, una delle piattaforme “in mare aperto” più grandi in Italia. “Madre” perché raccoglie il gas dai molti punti di estrazione nell’Adriatico e lo invia a Ravenna. Tra le altre, anche la serie di piattaforme croate “Ivana” utilizzano il campo Garibaldi per comprimere e introdurre  l’idrocarburo nella rete Snam. Quarantacinque minuti di viaggio per raggiungerla con la crew boat “King David”, la piattaforma è alta trenta metri, conta quindici persone a bordo, otto gambe, quattro piani collegati da scale che sembrano non avere mai fine, come quelle del film Inception. Ma invece di estrarre sogni dalle menti delle persone, qui si estrae gas da un giacimento a circa duemila metri di profondità sotto il fondale marino.

Una delle dodici teste pozzo presenti sulla piattaforma Garibaldi C

Dal primo prelievo di gas alla stazione di compressione Garibaldi K, fa specie assistere all’intero ciclo del gas quando a casa basta girare una manovella, un interruttore. Parte tutto dalle dodici teste pozzo, divise in due colonne e munite di enormi valvole di blocco per la sicurezza. Da qui inizia il processo di lavorazione, che prosegue con la divisione dell’acqua del gas grazie ai separatori, uno per ogni pozzo. Poi il viaggio alla piattaforma di compressione Garibaldi K, dove i turbocompressori elevano la pressione del gas da 5 a 20 bar, necessari per il trasferimento, attraverso condotte sottomarine, alla stazione di Casalborsetti. Osservando le persone passare da un lato all’altro del ponte sembra veder sfilare i “Ghostbusters”. E, in un certo senso, si possono definire dei supereroi della quotidianità: il 7% della produzione nazionale di gas proviene proprio dall’Adriatico. Se usufruiamo tutti i giorni del gas a casa, è anche grazie alle 15 persone presenti giorno e notte sulla Garibaldi C.

Vicino alle persone, lontano dalla famiglia

Briefing di sicurezza e coordinamento delle attività alle 7 del mattino; casco, tuta, guanti e scarpe antinfortunistiche fino all’ora di pranzo; dopo la pausa, lavoro no-stop fino alle 19 e al meritato relax serale, con cena, tv, smartphone e le immancabili telefonate a casa. Martino Marangon, capo-piattaforma della Garibaldi C da circa tredici anni, ormai conosce a memoria com’è scandita la sua giornata lavorativa. “La ripetitività non per forza è un aspetto negativo – spiega Marangon – ti rassicura, ti permette di conoscere il lavoro alla perfezione, senza possibilità di errore. In più, essere sempre a contatto con persone diverse crea stimoli per trovare nuove sfide nella quotidianità e andare avanti”. La forza del gruppo è decisiva, come la corretta comunicazione tra i vari capo-piattaforma che si susseguono ogni due settimane. La mancanza di casa, però, si fa sentire durante i quattordici giorni consecutivi in piattaforma: “La nostalgia della famiglia è l’aspetto più duro – ammette il capo piattaforma – quando i due figli erano più piccoli, non è stato facile assentarsi e staccarsi da tutto. È stato un sacrificio enorme”.

La piattaforma di compressione Garibaldi K

La regola del “14 più 14” – quattordici giorni in piattaforma, quattordici di riposo a casa – è stato, invece, l’elemento che ha convinto il cuoco Ciro Assainato a lavorare sulla Garibaldi C. Un turno conveniente, specie per chi abita lontano da Ravenna (ndr, Ciro è di Grottaglie, in provincia di Taranto): “Con i giorni e le notti che trascorrono lentamente, consente di passare stabilmente un po’ di tempo nel tuo paese. Ma, con una famiglia alle spalle, penso che non sarei riuscito ad accettare”. Alimentazione in nave? “Semplice, priorità a carne, pesce e verdure. E ovviamente cozze”.

EMANUELE GRANELLI
ROMOLO TOSIANI

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