Günday racconta il viaggio al termine della speranza dei migranti

L'incontro con lo scrittore turco Hakan Günday

A bordo piscina alcuni ospiti chiacchierano sulle sedie a sdraio, quando nell’altra ala della casa scoppia un incendio. Non si conoscono bene fra loro gli abitanti dell’edificio, due blocchi collegati da un corridoio lungo il quale inizia a correre chi fugge dalle fiamme. Sono passi affannati quelli che arrivano, scomposti. Così chi era in costume si alza e chiude la porta del corridoio. Senza pensare che sono sotto lo stesso tetto.

È con questa metafora che Hakan Günday, durante l’incontro per Biennale Democrazia condotto da Enrico Remmert,  descrive il mondo occidentale turbato dalle migrazioni. Un tema che lo scrittore turco ha affrontato nel suo libro “Ancóra” (edizioni Marcos y Marcos) attraverso gli occhi di Gaza, figlio di un trafficante di profughi, che a nove anni viene messo a guardia della cisterna in cui i clandestini aspettano il prossimo viaggio.

“Qual è la natura della relazione fra l’individuo e il gruppo?” è la domanda su cui si basa il libro e che il ragazzo si pone mentre osserva le dinamiche degli intrappolati su cui ha il potere di infierire. Günday racconta che nel 2013 mentre scriveva il libro “ero convinto di aver immaginato ogni atrocità possibile”, ma a distanza di quattro anni deve smentirsi e riconoscere che “non c’è nulla di più violento di un telegiornale”.

“Ci stupiamo che le persone scappino dall’inferno che abbiamo creato” afferma lo scrittore, che racconta la presa di distanza necessaria per raccontare i vari volti di una storia. In questo caso i ruoli di chi la violenza la compie, la subisce o si ferma a guardarla. Spesso momenti diversi della stessa persona. La paura della violenza diventa dunque “un prodotto magico”, perché chi la vende ha il potere di vendere poi qualsiasi cosa, mentre chi la acquista spesso non ne conosce il prezzo. È quanto sta succedendo nel mondo occidentale e nella sua Turchia. Tuttavia Günday, benché conosca la crudeltà di cui le persone sono capaci, resta convinto che l’uomo sia “un valore progressista, che chiede di essere migliorato e del quale la sensibilità è un muscolo” che può essere allenato.

CORINNA MORI

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