Biennale Democrazia, ieri Gangcity alla Scuola Holden

Ieri, ore 15 alla Scuola Holden, uno dei primi appuntamenti di Biennale Democrazia: Gangcity, un dialogo sulla realtà delle gang giovanili urbane condotto dal professore di Relazioni Internazionali Fabio Armao  e dal sociologo Luca Queirolo Palmas. Nello stesso momento, nella sala accanto, l’inaugurazione della mostra fotografica omonima.

«È difficile produrre un sapere sulle bande giovanili sino a quando la nostra vista di ricercatori e accademici sta dentro un universo fatto di carta» dice Queirolo Palmas, come metafora della nostra difficoltà a capire queste bande che comunicano (tra membri e con il resto del mondo) in modo diverso: attraverso tatuaggi, murales, musica. Vuol dire che dobbiamo distaccarci da quello che pensiamo di sapere per poterci calare davvero nella realtà della bande giovanili urbane. Le gang non sono solo soggetti delinquenziali ma anche gruppi che, appunto, producono cultura – senza però dimenticarsi della loro realtà criminale. È infatti difficile studiare dall’interno le bande (Queirolo Palmas porta l’esempio del regista del documentario Vida Loca, Christian Poveda, assassinato a El Salvador) ma è l’unico modo per farlo. In Italia la realtà è comunque meno rischiosa che in paesi come Santo Domingo o El Salvador, perché le bande sono meno criminali e più aperte al dialogo. Da questo punto di vista è interessante lo spunto di Armao, che paragona le bande ai gruppi mafiosi, notando come esistano decine di interviste aperte a membri di gang ma nessuna agli appartenenti ai vari clan di mafia.

Secondo Queirolo Palmas esiste una dicotomia, un pendolarismo per i membri delle gang giovanili tra economia della strada e politica della strada: l’economia della strada consiste nel vivere di quello che la strada offre, dal punto di vista della simbologia o dell’acquisizione di rapporti e di tradizioni, laddove la politica della strada sta a significare una «costruzione di caricati simbolici e naturali che ruotano attorno a rivendicazioni politiche collettive o a produzioni simbolico-politiche», dice ancora da Queirolo Palmas. Le gang sono luoghi in cui persone accomunate da una uguale provenienza geografica provano a costruire un noi, un’identità collettiva – si vedano i Latin King, che già dal nome danno immagine di questo: latin perché sono gli ultimi, quelli che raccolgono i pomodori o puliscono le case, ma che nella banda diventano king, re. Un passaggio da una monarchia individuale a una monarchia collettiva, della banda.

Nell’esperienza europea è da sfatare il mito delle bande come corporation, eserciti od organizzazioni piramidali: si tratta invece di realtà con un grande turn over, in cui si entra a causa di relazioni sociali da instaurare. I ragazzini sono invogliati a entrare nei Latin King, per esempio, perché amici o ragazze già ne fanno parte. Sono gruppi che addirittura rifiutano il termine ‘banda’.

MARTINA PAGANI

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