Immagini violente: “Ma servono davvero?”

In una società in cui le immagini rischiano di valere più della realtà e l’arte diventa lo sfondo del faccione in primo piano nei selfie, urge chiedersi se tutto ciò necessita di un’etica. Se poi si pensa al rapporto tra le immagini e la violenza e l’utilizzo che ne viene fatto dai media – soprattutto se si parla di terrorismo – bisogna addirittura domandarsi se un’etica possa realmente esserci. Queste le riflessioni che hanno animato il dibattito interdisciplinare al Goethe-Institut di Torino, che si è tenuto il 15 e 16 marzo, organizzato in collaborazione con il centro interdipartimentale di ricerca sulla morfologia Francesco Moiso e l’Università di Torino. A tenere banco il ruolo delle immagini nelle diverse epoche storiche e la loro potenza nella società dell’apparenza. «Da una posizione di ineffettualità – come ha sottolineato Federico Vercellone, docente dell’università di Torino – a una in cui possono diventare veicolo di violenza devastante». La violenza che veicola l’Isis, nella sua comunicazione d’impatto e di successo per reclutare “foreign fighters” e la violenza che spesso, nascondendosi dietro il diritto di informazione, veicolano gli stessi media per raccontare il fenomeno. Ma dove finisce questo diritto e si entra nel voyeurismo? L’argomento è stato affrontato da Charlotte Klonk dell’università Humboldt di Berlino che, mostrando quelle stesse immagini che ha etichettato come violente per i soggetti che ritraevano e le loro famiglie, utilizzate da media, stati e organizzazioni internazionali ha concluso: «Nel contesto del terrore non si può agire soltanto sulla base delle emozioni: se si pubblicano immagini su web occorre sapere cosa si sta facendo. Solo in questo modo si può ipotizzare una regolamentazione dei media in una società dove le immagini sono decisive e non ci sono vincitori ma solo vinti».  L’etica, quindi, è necessaria ma nell’epoca dei selfie e GoPro e delle nuove tecnologie – come ha sottolineato Peppino Ortoleva, docente dell’università di Torino – è difficile e limitativo pensare alla possibilità di una regolamentazione sola e condivisa. Tra gli altri, presente il rettore dell’università di Torino Gianmaria Ajani.

                             CRISTINA PALAZZO

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