La storia di Maurizio, commerciante di Porta Palazzo: “Il mercato cambia e noi dobbiamo adeguarci”

Maurizio Ferrari, commerciante di Porta Palazzo (foto di Armando Torro)
di Martina PaganiFederico Parodi e Armando Torro

Porta Palazzo è un contenitore inesauribile di storie nel cuore di Torino. Come quella di Maurizio Ferrari, 57enne torinese che da sempre vive dietro al bancone del suo negozio al coperto nella zona sud est del mercato. Paste fresche, formaggi, salumi e prodotti confezionati: Maurizio soddisfa i palati di diverse tipologie di clienti, portando avanti con passione una tradizione familiare che prosegue ormai da tre generazioni. Piazza della Repubblica, sede del mercato all’aperto più grande d’Europa, è come se fosse la sua seconda casa: è un luogo di integrazione tra differenti culture, profondamente mutato nel corso degli anni.

Maurizio, come sono i commercianti di Porta Palazzo?

«Prima erano solo italiani, ma adesso è diventato un contesto multietnico. Le cose sono cambiate negli anni ’90, quando c’è stata una forte immigrazione dai paesi arabi e dalla Romania post-caduta del Muro. I primi immigrati erano tutti uomini: erano dipendenti e vendevano soprattutto tappeti. In un secondo momento sono stati raggiunti dalle famiglie e hanno comprato i banchi. Un po’ come è successo con gli immigrati dal Meridione negli anni ’60. Oggi gli arabi vendono soprattutto frutta e verdura. E poi ci sono i cinesi, che regnano nella parte del mercato dedicata all’abbigliamento».

E la clientela?

«È variegata. Si va dal personaggio famoso, che può anche passare inosservato, a chi non riesce ad arrivare alla fine del mese. E poi sono rimasti affezionati molti pugliesi, anche perché vendiamo prodotti tipici artigianali e industriali che vengono dalla Puglia».

I prezzi sono cambiati?

«Più che i prezzi, a cambiare sono stati i prodotti. Ti devi sempre adeguare alla richiesta del cliente; fa parte del commercio. Negli anni ’60  e ’70, per esempio, abbiamo iniziato a vendere pecorini e stoccafisso, articoli richiesti dai meridionali. E oggi, per lo stesso motivo, ci sono cibi arabi. La clientela italiana cerca sempre di più prodotti naturali, mentre negli anni ’80 vendevamo molta roba confezionata».

Quanto si è fatta sentire la concorrenza negli ultimi anni?

«A Torino siamo passati da 1,2 milioni di abitanti a 900 mila. È normale che il potere d’acquisto non abbia più la sicurezza che aveva negli anni ’70 e ’80 e che la concorrenza sia aumentata a dismisura. Un tempo c’erano piccole fabbriche con 10 o 12 operai, mentre oggi sono state trasformate in centri commerciali o discount. I soldi girano sempre, ma non certo nella produzione. Così, se compri in un posto non puoi permetterti di fare lo stesso da un’altra parte. Ora c’è la scommessa di internet: vedremo se riusciremo a sopravvivere anche a questo».

Il web può essere un problema per i mercati?

«Leggendo i giornali, sembra che le generazioni future non compreranno più di persona ma direttamente da casa. Il mondo sarà collegato, ma io la vedo come una grande solitudine».

A proposito di giovani, vengono al mercato?

«Sì, anche perché Torino ha molti studenti, che sono aumentati negli ultimi anni. E poi, spesso, capita che al sabato arrivino i francesi: si organizzano con dei pullman per venire ad acquistare al mercato».

Quindi Porta Palazzo sta diventando una meta turistica?

«Noi speriamo che lo diventi. Per esempio, a Firenze c’è un mercato simile ed è stato inserito nel circuito turistico. Bisogna capire cosa vuole la nostra amministrazione comunale: è una questione politica che non dipende dalla nostra volontà».

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