Porta Palazzo, solidarietà e concorrenza nel rispetto dell’integrazione

di Emanuele Granelli

Porta Palazzo non sta mai ferma”. La parafrasi dello slogan al tempo delle Olimpiadi invernali di più di dieci anni fa spiega bene il continuo cambiamento che sta investendo il mercato più grande d’Europa. Le facce che s’incontrano a “Porta Pila” sono da sempre come carte geografiche, un tempo dove ci si imbatteva nella Calabria e nella Sicilia, ora c’è il Maghreb e la Cina. Il lavoro è incessante, prosegue notte e giorno, non si fa in tempo a montare i banchi del mercato che è già ora di smontarli. Ma “l’importante sul lavoro è divertirsi” dice Leo Castagna, proprietario di un banco di olive ai confini di Piazza della Repubblica “con passione, divertimento, senza musi lunghi, la giornata passa che è una meraviglia. Qui ho tanti amici, ci facciamo gli scherzi, ci diamo una mano l’uno con l’altro”. Come in ogni convivenza ci sono delle discussioni, “ma poi le superiamo sempre pacificamente. Non ci chiamiamo per nome, ci chiamiamo fratelli: se qualcuno di noi si trova in difficoltà, ci si aiuta senza chiedere nulla in cambio”.

“C’è grande rispetto tra tutti” sottolinea Youssef Muheddin, giovane marocchino che condivide un banco di frutta e verdura con le sue due sorelle. Mentre sminuzza i carciofi indossando un saio a metà tra un frate e uno spaventapasseri, racconta il suo percorso in Italia, “dalla Calabria, in provincia di Crotone, dove lavoravo come saldatore. Poi sono venuto qui a Torino e mi sono trovato subito a mio agio: siamo in tanti del Marocco e ormai siamo una grande famiglia, tutti fratelli”. Accanto al suo banco Simone Larotonda, piemontese doc che ha seguito le orme del padre, da più di trent’anni proprietario di un banco a Porta Palazzo: “Mai avuto alcun problema con gli altri banconi, ci facciamo i fatti nostri. La concorrenza si è fatta spietata, in tanti vendiamo cose simili e si fa sempre più difficile”. In effetti, girando tra i banchi, l’impressione che se ne ricava è che la varietà delle merci sia ormai inversamente proporzionale a quella dei venditori: si trova un po’ dappertutto merce della stessa qualità.

“I supermercati fanno gli stessi prezzi nostri” insiste Mustafa Lacrattè, marocchino in Italia da 25 anni, con un passato in Calabria come operaio in una fabbrica metalmeccanica. Mentre sistema uno scarico di arance sul suo bancone spiega che “un tempo i centri commerciali erano chiusi durante il weekend e le persone dovevano venire per forza qui a Porta Palazzo. Ora la concorrenza è pazzesca, assurda. Qui già i posti fissi sono 840, in più le spese sono folli: tra tasse, assicurazione e commercialista arriviamo a 10.000 euro all’anno. Il margine di guadagno è minimo, varia tra i 20 e i 50 euro. E anche la gente è cambiata”. Non solo la qualità dei prodotti.

Anche Michele, soprannominato Michael dagli altri banconi, ha notato il mutamento della mentalità dei clienti: “La cosa più difficile del mio mestiere è riuscire ad esprimersi con la gente senza saltarle addosso. Non tutti capiscono la nostra giornata tipo: tra carichi, scarichi, preparazione dei banchi, vendita e smontaggio siamo qui dalle 5:30 fino alle 14. La gente è abituata troppo bene”. I tempi sono cambiati: “Prima quando c’era la fame i clienti si accontentavano, adesso hanno tutto e vogliono l’impossibile”. Pure il mercato si è trasformato: “È come la giungla, vince il più forte. Non ci sono praticamente più italiani, ma è normale e non ci sono mai stati problemi. Siamo tutti nello stesso ballo”. Porta Palazzo continua a non stare mai ferma.

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