Porta Palazzo, terra di confine. Ma l’integrazione passa anche da qui

Gli stretti vicoli di Porta Palazzo, definiti da bancarelle e cassette di frutta e verdura

Porta Palazzo, cioè le persone che la vivono, vi lavorano, che definiscono lo scorrere del tempo nel montare e smontare i banchi, è un po’ come ciò che, nel suo mercato, puoi trovare. C’è di tutto: la verdura del contadino che coltiva poco fuori Settimo, il pescato del giorno che arriva da Finale Ligure, le olive all’ascolana e, se guardi bene, pure le mele dalla Turchia o il melograno di Granada.

Viaggi, storie, tempo: alle volte, dal profumo, dai colori, e naturalmente anche dai sapori, i prodotti sembrano voler parlare e raccontare. Il mercato è un mosaico che si compone lentamente, una cassetta dopo l’altra. E così sono le persone che, il mercato, lo fanno. Un quadro vivido, che si muove in mille direzioni, come un’opera astratta in cui le pennellate sono diverse per colore, spessore, traiettorie. Due fratelli torinesi, finita la scuola media, hanno deciso di prendere il banco e dopo vent’anni di frutta e verdura, di arance calabresi a 0.99 al chilo, chiedono di fargli un in bocca al lupo perché «di questi tempi ne abbiamo veramente bisogno». C’è Michele, Michael per chi lo conosce da più tempo. Da quindici anni è insieme a suo padre per sbrigare il lavoro di tre banchi. Avrà trent’anni, ma il volto è da ragazzino, un accenno di barba sul mento, serve i clienti con un auricolare nell’orecchio e un sorriso che non gli scema neppure quando racconta dei rapporti con gli altri banconi: «Non è facile, e non parlo della concorrenza. È la mentalità il problema: è come la giungla, questo mercato, ognuno mette i piedi in testa agli altri, vince il più forte».

Problemi con gli immigrati? No, a sentire Michael: «Non ci sono più gli italiani di una volta, ma nemmeno gli stranieri», e intende dire che sono tutti nella stessa situazione. È Porta Palazzo, il mercato all’aperto più grande d’Europa: come un’Unione, in cui l’immigrazione non sembra un problema, almeno a girarci e a parlare con i diretti interessati. Leo Castagna, calabrese con moglie di Torino, indossa un cappello che lo fa sembrare spuntato fuori da uno spaghetti-western: «Lui lo chiamo fratello – e indica un ragazzo con il banco alla sua destra -, quell’altro anche, fratello, e pure quello. Siamo tutti fratelli qui, italiani e stranieri senza alcuna distinzione. E se uno di noi ha un problema, ci diamo una mano a vicenda». Mustafa Lacrattè, dal Marocco, oggi vende le prugne del Sud Africa a 1 euro al chilo. È in Italia da venticinque anni: prima di finire a Porta Palazzo ha lavorato in una fabbrica di prodotti chimici e fatto il metalmeccanico. Il mercato è così: ti inghiotte, qualunque sia la provenienza, e in mezzo a tanta frutta e verdura finirai per ritrovare le tue radici. Lo conferma anche Youssef Muheddin che, mentre prepara un mazzo di menta sgrondandola dalla brina e sfrondandola dalle foglie annerite, racconta la sua traiettoria: Marocco, poi Crotone e Cosenza, cinque anni da saldatore, e da tre è qui in Piazza della Repubblica. «Con gli altri ragazzi ci vogliamo bene, siamo davvero come fratelli, ci portiamo rispetto». Simone Larotonda ha il banco sulla cornice più esterna della piazza, all’angolo tra dove comincia il mercato del vestiario e corso Regina, terra di confine tra centro, il Quadrilatero Romano, e i quartieri di prima immigrazione. «Con i ragazzi stranieri? Nessun problema, ci facciamo gli affari nostri e finisce lì».

Le facce del mercato sono così, diverse l’una dall’altra, alcune più sorridenti, altre più severe, alcune offrono all’interlocutore quella sensazione di diffidenza comprensibile in uno spazio, il mercato, in cui sapersi muovere è comunque una questione di esperienza. Ma in fondo sono le tante, diverse, facce dell’integrazione.

MARCO GRITTI
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