Lasciare l’Africa, trovare l’Africa: viaggio nel sotterraneo dell’ex Moi rifugio dei migranti

Una barricata di forni, vecchie reti e pneumatici blocca l’accesso al seminterrato di via Giordano Bruno 201, il ventre in cemento dell’ex Moi: è stato il Villaggio Olimpico torinese, ma da anni vi trovano rifugio centinaia di migranti provenienti dall’Africa. È l’alba del 20 novembre, e una fila di pullman attende in via Zini che gli occupanti del complesso prendano posto per essere trasferiti in altra località. Il freddo è pungente e tra l’ingresso delle palazzine e il corteo di bus, i volontari della protezione civile distribuiscono brioches e tè caldo.

Settantatrè profughi, che vivono nelle palazzine e nel seminterrato, eredità dei giochi olimpici del 2006, aderiscono al ricollocamento ed entro il pomeriggio vengono trasportati negli spazi messi a disposizione dalle diocesi. Resta indietro una decina di persone, provenienti dalla Nigeria, dalla Guinea e da altri Paesi africani, che rifiutano di lasciare il sotterraneo nel quale hanno abitato e lavorato per anni. Chi è andato, ha trovato rifugio nelle sedi messe a disposizione dall’Arcivescovado, dal Cottolengo e nella zona di Pino Torinese.

Per queste persone i sotterranei dell’ex Moi sono diventati nel tempo sia una casa che lo spazio nel quale si garantiscono una – seppur precaria – autonomia economica. Tra le vie di ciarpame, vecchie stampanti e pneumatici, si aprono piccoli laboratori dove i migranti riparano, smontano segano, e saldano. “Raccolgo i frigoriferi dalla spazzatura e li porto nel seminterrato dove li aggiusto”, spiega Collins, un nigeriano. “Poi li vendo agli abitanti delle case della palazzina, o a Moncalieri e Nichelino. Posso guadagnare anche dieci o venti euro”.

Kinks, anche lui nigeriano di trentotto anni, compra vecchi pezzi di ferro, che lavora e rivende: “Uso quei soldi per mandare dei frigoriferi anche in Africa alla mia famiglia. L’Italia vuole farmi spacciare e rubare? Io non voglio fare niente che possa danneggiare la mia famiglia”. Giorgio, proveniente dalla Nigeria, ha abitato nel seminterrato per quattro anni, e non ha intenzione di lasciare il suo spazio: “Ho il mio lavoro, e mi serve per mantenere la mia famiglia”, spiega:

Vuoi che venda droga? Ti piacerebbe se chiedessi l’elemosina? Sto pregando di restare e lavorare, guarda le mie mani – che mostra con i palmi verso l’alto – Sono fatte per lavorare. Ho buoni occhi, ho un cervello che funziona. Non voglio chiedere l’elemosina.

Giorgio ha trentanove anni, e da sei è arrivato qui con un barcone dalla Libia. È in Italia con sua moglie e i suoi due figli di dieci e otto anni, che vanno a scuola a Torino. Ha lavorato in Polonia, Germania e Austria, prima di finire all’ex Moi: “Mi hanno detto che i miei documenti non andavano più bene e ho dovuto chiedere nuovamente asilo politico, ma l’Italia ne è responsabile”.

Un altro occupante ci mostra uno spazio delimitato da un cancelletto estensibile in acciaio: il suo laboratorio è uno dei pochi a essere protetti da un lucchetto. Dentro sono custodite ruote di bici, camere d’aria e frigoriferi. Per gli inquilini del sotterraneo, lasciare la “casa” in cui hanno vissuto per anni significa anche rinunciare al lavoro che dà loro sostentamento. Sui bus della diocesi non possono salire i frigoriferi e i carretti carichi di camere d’aria e pezzi di ricambio, che per decine di famiglie significano la possibilità di comprare il pane quotidiano.

La palazzina arancione che dà su via Giordano Bruno, quella che ha una delle finestre laterali divorata dall’incendio del mese scorso, ha un solo accesso al seminterrato: una rampa di una decina di metri, una di quelle tipiche che portano ai box dei condomini. Di questa però non si vedono i muri laterali, che sono coperti di vecchi frigoriferi, reti di materassi, carretti, secchi e pneumatici. La “roba” di un centinaio di moderni Mazzarò arriva fino alle finestrelle, impedendo il passaggio della luce. L’ambiente si fa sempre più buio scendendo nel seminterrato, dove l’unica illuminazione è quella che viene dalle grate che separano lo scantinato dal mondo di sopra: se in superficie piove, di sotto ci si bagna. Lo scantinato dell’ex Moi è un labirinto di passaggi tra baracche di fortuna, materiali ammassati, beni personali e vestiti appesi ad asciugare: non si vedono gli angoli dei vari androni e un uomo adulto potrebbe sdraiarsi sugli elettrodomestici accatastati e toccare il soffitto con un dito, se solo ci si vedesse qualcosa. Ma il pavimento è pulito. Si snoda tra le cataste come un viottolo curato, che rivela il tentativo di voler rendere quel luogo il più possibile abitabile.

Abdellah mostra la strada verso quella che è sia la sua camera che il suo ufficio: apre una grata cigolante montata alla bell’e meglio sul lato destro del corridoio che collega la rampa agli spazi più interni dello scantinato. Un loculo reso poco spazioso dalle centinaia di cerchioni e ruote di biciclette accatastate in mezzo. Poi telai, manubri e pedali. Lui lì ci dorme e ci lavora. Un faretto portato dalla Protezione Civile per le operazioni di sgombero aiuta a farsi strada. Kinks dorme su due materassi, appiattiti e neri sulle cerniere, appena sotto una finestrella nel primo degli androni. Accanto a lui i ferri del mestiere: gli elettrodomestici che manda in Africa, dalla sua famiglia. Fa caldo, lì sotto: l’aria non gira e gli odori ristagnano. Anche l’acustica è strana: parlando con Kinks si sente distintamente George, che è dall’altra parte di quel gigantesco spazio nato per le auto e finito per essere un rifugio di disperati.

Difficile mantenere il senso dell’orientamento: tra la confusione, il buio e i cunicoli, è facile perdersi senza i padroni di casa a fare da guida. In uno spazio rettangolare e meno dispersivo la parete è resa completamente invisibile da elettrodomestici e altri oggetti, che dividono l’ambiente in loculi dove gli africani dormono, su materassi o su stracci. Per terra qualche mozzicone di sigaretta, soprattutto nel loculo centrale, dove due ragazzi mostrano il bidone con cui si riscaldano o cucinano: “vedi, tu metti sopra la grata e ti scaldi le mani”, spiega uno di loro, offrendo uno scatolone indurito dal tempo come sedile.

Dall’androne rettangolare partono tre bracci: uno è un corridoio che si perde nell’oscurità e alla cui fine si trovano la latrina e alcuni panni stesi. Su un armadio rotto un paio di Converse nere e schiacciate. Un altro braccio è la camera di Yossie, che di mestiere rivende ferraglia. Non c’è uno spiraglio di luce e l’odore di urina è fortissimo, ma lui non ha perso la sua umanità: da una fessura del muro estrae la foto spiegazzata di una ragazza giovane, con tanti capelli. “Alonami”, spiega sorridendo e spostando con un calcio un secchio che rotola in giro gocciolando. “La mia ragazza che mi aspetta in Guinea”. Il terzo braccio porta a una baracca di fortuna, fatta di pezzi di porta, di cartone e di lamiere. Tre grandi passi di lunghezza e quattro di larghezza. Un piede per il lungo tra un gruppo di materassi e l’altro. Ci vivono in ventuno.

3. La casa o il lavoro

L’integrazione per i migranti che abitano a sud di Torino non è facile: “Se non hai un documento in Italia non puoi lavorare”, spiegano. Questa fucina sotterranea, ricavata dagli spazi inutilizzati lasciati alla fine delle Olimpiadi, è sembrata una buona soluzione di fortuna. Salvo poi diventare un paese di ombre e fornelloni a gas. In una stanzetta costruita utilizzando tende e cartoni sono rimasti solo una carrozzina e qualche giocattolo. È l’unica dove il pavimento è completamente rivestito da tappeti e, alternativamente ha la funzione di luogo di preghiera e di spazio per i più piccoli dell’ex Moi. È il punto più lontano dalle latrine, e si erge nel mezzo di uno spazio ampio e con poca luce che filtra da delle grate. È anche il punto più lontano dall’ingresso, come a volerlo proteggere dal “mondo di sopra”.

La durezza della vita dei migranti di via Giordano Bruno non segna solo la quotidianità di chi vive nello scantinato, ma traccia anche profonde ferite nel loro animo. Alex, rifugiato della Guinea Bissau, parla della sua esperienza di migrante, del suo viaggio per fuggire a un regime autoritario. Nel suo modo di gesticolare, tendere il collo, roteare gli occhi, tutti i segni dello stress post traumatico. Condizione diffusa tra chi è costretto ad attraversare almeno cinque paesi prima di prendere il mare alla volta dell’Europa. L’isolamento e la miseria sono facilmente causa di tensioni. Che all’ex Moi non sono mancate, comprese quelle provocate direttamente dall’esterno: come quando una bomba carta ha fatto tremare la palazzina arancione di via Giordano Bruno, sotto cui, secondo la Prefettura, in quel periodo vivevano circa duecento persone.

Era novembre del 2016 e un’ondata di migranti si era riversata in strada, protestando contro il gesto e costringendo gli abitanti del quartiere a restare in casa. Eppure i dieci che da quel seminterrato non se ne vogliono andare chiedono solo che non venga loro tolta la possibilità di mantenersi autonomamente. “Quando tu finisci di fare il tuo lavoro sai dove andrai, a noi non è stato detto”, spiega uno di loro. La promessa di vivere in alloggi puliti forniti dalla diocesi non cancella il timore di non poter più lavorare e così mantenere le proprie famiglie. O di essere costretti a chiedere l’elemosina. Quest’ultima è un’opzione che spaventa molti di loro, scansati sui marciapiedi e visti da molti come una minaccia: “Quando cammino per strada le donne si allontanano e stringono la borsa. Nel mio paese ero un pasticcere. Perché avete paura di un pasticcere?”. Finalmente fuori dal sotterraneo, un signore in bicicletta e con un cappotto marrone si ferma a osservare la protesta dei migranti dell’ex Moi e chiede cosa stia succedendo. “Perché li sgomberano? Non davano nessun fastidio”.

RAFFAELE ANGIUS
GIUSEPPE GIORDANO
MARTINA PAGANI